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Un bambino sulle spalle di suo padre: nessuna piramide o colonna dell’antichità è più alta (Fabrizio Caramagna)

Francesco, io e gli altri familiari vi ringraziamo per le tantissime manifestazioni di affetto, vicinanza e conforto. Non ho avuto la forza di rispondere prima e ai tanti messaggi, perché il dolore è troppo grande.

Gli ultimi due anni li abbiamo trascorsi sempre insieme. Viaggiava e abitava con me a Roma per seguire il suo contratto di ricerca con l’Università e, nel resto della settimana, aveva iniziato a esercitare la sua professione di psicologo e a frequentare il corso di psicoterapia. Tutto con la sua semplicità, essenzialità, dolcezza e bontà d’animo.

Leggeva molto, amava riflettere, interrogarsi sul senso vero della vita. Non potete immaginare quanto fosse speciale. Aveva un solo sogno, un solo progetto: aiutare chi stava male. Perché lui lo sapeva bene cosa significava. Combatteva in silenzio una battaglia interiore, contro quei pensieri distorsivi che lo assalivano. E in questo era bravissimo: riusciva a non far trapelare nulla all’esterno.

Con me, però, ogni tanto si lasciava andare un po’ di più. Si confidava, e insieme abbiamo provato a trovare un modo per alleggerire quel peso. Con l’aiuto di qualche specialista abbiamo cercato di migliorare le cose, e per un po’ sembrava quasi che ci fossimo riusciti.

Siamo andati insieme in macchina a Lourdes, a trovare la Madonnina, nella speranza che ci desse un aiuto, una risposta, un po’ di pace.

Pensavo di poterlo proteggere, pensavo che ce l’avremmo fatta. E invece no.

Spero con tutto il cuore che questo dolore abbia un senso e che, ad accoglierlo, ci sia un Paradiso. Perché, se c’è qualcuno che lo merita, è lui.

A noi resta un vuoto incolmabile. E a me, anche la certezza che gli ultimi due anni accanto a lui sono stati i più belli, i più intensi, i più veri della mia vita. Ogni suo abbraccio mi riempiva il cuore di una gioia infinita.

Ora tutto mi sembra sospeso, senza direzione. Mi sento svuotato, come se la vita avesse perso il suo senso. Se non fosse per chi ancora ha bisogno di me, non so come potrei andare avanti. Ma questo poco importa e so che devo farlo.

Grazie ancora di cuore a tutti per averci fatto sentire meno soli in questo dolore che non avrà mai fine”

Cari Lettori, questa sorta di “Canto leopardiano” ci rispecchia, a ben riflettere, alcuni aspetti la condizione umana, fra cui: la nostalgia per il passato, il “pessimismo cosmico”, la Memoria e i Ricordi”

Il testo con cui abbiamo voluto aprire la “passeggiata” di quest’oggi è dell’amico Mario Occhiuto: un padre che, per rendere adulto il proprio figlio, ha provato a donarsi “nudo”, come stimolo per ricercare la via di mezzo fra la Legge e il Desiderio.

Ma non è bastato

Qualcuno ci ha spiegato che, pregare, avvicina all’incontro con l’impossibile da dire e che, tentare di elaborare il terribile Lutto del Figlio significa ritrovare, nel ricordo di lui, tutta l’eredità (di idee, di emozioni, di sentimenti) che abbiamo provato a donargli, compreso quello che di lui, ci riscopriamo “dentro”.  Senza apparente soluzione di continuità.

Perché, il figlio, in realtà, diventa quella preghiera che avvicina all’impossibile da dire.

Soffrire… già, soffrire…

Abbiamo letto da qualche parte che la sofferenza possa costituire l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione.

Che strano destino, quello del Padre.

Infatti, il piccolo di casa è troppo impegnato a confrontarsi con quel particolare (e, a volte, simbiotico) legame che si genera con la propria madre. Se tutto va bene, lo sviscera, analizza, confronta, soppesa, bilancia, valuta, riconsidera.

E, alla fine, (sempre che vada tutto bene) non può che accettare l’idea dell’ineluttabile: accorgersi di essere cresciuto al punto da superare quella soglia fatidica che ti fa passare da figlio a genitore e, con essa, ti porta “oltre” la figura materna riscoprendo, comunque, i suoi insegnamenti.

Ma con noi padri, però, è tutta un’altra storia.

La nostra progenie non riesce mai, veramente, a conoscerci. E, forse, neanche ci prova. probabilmente perchè ci considera come un intruso nel rapporto con chi lo ha partorito.

Le persone che ci hanno lasciato, sono nelle cose che ci hanno insegnato. Nei loro pensieri da finire di pensare, nei gesti che ripetiamo ogni giorno, quando prepariamo il pranzo e curiamo i fiori; nella capacità di dire di no quando serve e di restare integri anche in loro nome. (Così è la vita – Concita De Gregorio)

Qualche anno fa, un padre, perso il figliolo in un incidente stradale (procurato da altri) scrive dei versi per sentire, lo scomparso, ancora vicino.

Nella piccola raccolta (dopo anni pubblicata) c’è una poesia, a suo modo terribile. Si intitola (s)pater.

Sì con la “s” che sta a indicare la inadeguatezza di un padre che non ha saputo proteggere il figlio:

Non ho saputo proteggere la tua grandezza (E.F.)

Così si legge. Questo, perché?

Per il fatto che, la morte di un figlio, viene sentita dal padre come una violenza di natura che sconvolge il normale avvicendarsi delle stagioni della vita.

La perdita di un figlio viene sentita dal padre come una colpa, anche quando la sua persona non c’entra oggettivamente nulla con la grave perdita.

Cari Lettori, ci troviamo a ridosso della Festa del Papà e ci pare necessario inserire questo giorno “consumistico”, in un orizzonte più vasto, per riflettere sul rapporto fra padre e figlio.

Un rapporto vissuto genericamente nella quotidianità, spesso anche con comprensibili divergenze generazionali.

Questo rapporto diventa tremendo quando il giovane esce di scena e il padre non saprà mai darsi pace di una non presenza che sarà, come corporeità, ormai per sempre un’assenza.

Nel caso di un giovane che decide di lasciare la vita, poi, si assiste a un dramma genitoriale ancora più complesso.

In questi casi, il papà resta giustamente sconvolto, perché ha provato a stargli vicino e ha sperato di avere, con delicatezza, dato un suo contributo alla “salvezza”. Il padre ce l’ha messa tutta. Ma non è bastato.

Amo mio figlio senza riserve. Anche se ha rovesciato la ciotola col latte, anche se ha pianto di notte tenendomi sveglio. Io amo mio figlio. Non ho avuto paura di renderlo felice. Non ho avuto paura di guastarlo per il troppo amore. Non mi vergogno di averlo toccato e di averlo, sempre, tenuto stretto sul cuore. Nessuno ha mai sofferto per il troppo amore del padre. Lo amo per un solo motivo, dopo averlo creato. Per il motivo di amarlo. (09/07/97 Giuseppe Verduci)

Il discorso, a questo punto, non riguarda, nel nostro tempo, solo la Famiglia ma la Società in generale.

Come ci spiega Paolo Coelho, in ogni rapporto umano, la cosa più importante è parlare. Eppure, se osserviamo bene, nessuno lo fa più.

Abbiamo perso la capacità di sederci per raccontare e ascoltare. E anche se siamo immersi in enormi flussi di comunicazione (Teatro, Cinema, TV, Radio, Internet, Libri) alla fine non conversiamo mai.

Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo tornare al tempo in cui i guerrieri si riunivano intorno a un falò e raccontavano le loro storie. (Paolo Coelho – Lo Zahir)

Nella fragilità sempre più generalizzata, è necessario che si lavori per non sottovalutare il grave problema.

Quando un giovane ci lascia, “volontariamente”, siamo responsabili tutti, come complesso sociale.

Un nostro Fratello aveva bisogno di aiuto, voleva essere ascoltato, “parlato” e, noi, non l’abbiamo fatto lasciando, la sua famiglia, in completa solitudine.

Ernest Hemingway una volta disse: “Nei nostri momenti più̀ bui, non abbiamo bisogno di soluzioni o consigli. Ciò̀ che desideriamo è semplicemente una connessione umana, una presenza tranquilla, un tocco delicato. Questi piccoli gesti sono le ancore che ci tengono fermi quando la vita sembra troppo”

La figura del Padre, quindi, va inquadrata in un ambito peculiare e particolare.

Non un “aggiustatore”, quindi, non un “consolatore” ma, semmai, colui che si siede accanto mentre, chi soffre, attraversa le proprie tempeste interiori. Una “mano ferma” da sapere di poter raggiungere anche se, magari, non la si farà mai.

Una presenza amorevole che aiuta a ricordare chi si è, anche quando lo si è dimenticato.

Si te parlo, me parlo

(Se ti parlo, è come se parlassi a me stesso)

si te veco, me veco,

(Se ti guardo, rivedo la parte migliore di me)

si te chiammo c’è ll’eco

(Se ti chiamo, è come se risuonasse la mia voce)

e chist’eco si’ tu.

(Quest’eco sei tu, per me)

Si me parle, te parle,

(Se mi parli, ritroverai la tua voce interiore)

si me vire, te vire,

(Se mi osservi, ritroverai quello che, di te, hai sempre cercato)

si me chiamme c’è ll’eco

(Se mi chiami, sarà come se un eco rispondesse)

e chist’eco song’io

(E quest’eco sono io, per te)

Eduardo de Filippo, a suo figlio Luca

Cari Lettori, la figura di San Giuseppe (proprio nel giorno del papà) ci insegna moltissimo. Si può anche non essere padre biologico ma, al cospetto di un figlio, foss’anche “putativo”, si deve mostrare amore e protezione. Le pagine del Vangelo sono, al riguardo, di una profondità senza pari, pur nella loro “semplicità”.

Il problema, come sempre, è stato posto sul campo di indagine e di analisi, nella Letteratura.

Troviamo tutto, in un’opera capitale della civiltà occidentale: l’Iliade di Omero.

Ettore è stato ucciso da Achille e, il padre Priamo, si reca nella tenda del Greco per supplicarlo di restituirgli il corpo del figlio per poter effettuare una degna sepoltura.

Il grande Priamo, baciando la mano di Achille, è disposto ad ogni umiliazione, perché ha perso il suo figlio più valoroso e lui, ormai anziano, è in grado solo di assistere alle tragedie della guerra.

Va riletto e meditato tutto il “momento” del libro dell’Iliade e ne trarremo lezioni di vita valide anche oggi.

Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai, per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti. Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me, pensando al padre tuo: ma io son più misero, ho patito quanto nessun altro mortale, portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!

Achille, nel vedere Priamo, non può che pensare anche a suo padre. La guerra divide e uccide, ma alla fine perdono tutti, vincitori e vinti.

Ah misero, quanti mali hai patito nel cuore! E come hai potuto alle navi dei Danai venire solo, sotto gli occhi d’un uomo che molti e gagliardi figliuoli t’ha ucciso? Tu hai cuore di ferro. Ma via, ora siedi sul seggio e i dolori lasciamoli dentro nell’animo, per quanto afflitti: nessun guadagno si trova nel gelido pianto.

Come ci ricorda la psicologa e scrittrice statunitense Edith Eva Eger, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, non possiamo cancellare la sofferenza, non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo scegliere di trovare il dono nelle nostre vite. Possiamo perfino imparare ad apprezzare le ferite.

La vita è un dono, pur con i suoi inevitabili traumi, dolori, sofferenze, malattie e morte. È un dono che sabotiamo quando ci rinchiudiamo nelle nostre paure di punizione, fallimento e abbandono; nel nostro bisogno di approvazione; nella vergogna e nella colpa; nel senso di superiorità e inferiorità; nel bisogno di potere e controllo. Celebrare il dono della vita significa trovare il dono in tutto quello che accade, anche nei momenti difficili, quando non siamo certi di poter sopravvivere. Celebrare la vita, punto e basta. Vivere con gioia, amore e passione.

Cari Lettori, abbiamo voluto ricordare i padri che sono stati privati della presenza dei figli.

Gli amici spesso, per consolazione, dicono che il tempo porta conforto.

Conosciamo un padre che ha perso il figliolo venticinque anni fa e il tempo non ha alleggerito alcunché. Sente dentro di sé ineliminabile la mancanza della filiale presenza.

Ma nonostante tutto, vorremmo dire a quel Padre che, se si concentrerà sulle frequenze del Cuore, come risposta alla preghiera dell’impossibile da dire, siamo certi che percepirà, nitida, questa “carezza” filiale

Anche grazie a te, Papà, sono più forte di quando abbiamo cominciato questa avventura e non temo il momento dell’impatto. Che non sarà un distacco ma, semmai, l’istante perfetto in cui cogliere il senso di ogni cosa

Cari Lettori, vi ringraziamo di averci accompagnato in questa discesa nei dolori dell’animo, sperando di averne, comunque, tratto utilità e vantaggio. Vogliamo salutarvi, in segno di amicizia e di affetto, con una bellissima poesia declamata, in musica, da una magnifica interprete. A noi piace immaginare che sia la storia di una rinascita grazie, anche, ai valori del Padre: l’amore di sé, che si trasforma in rimedio contro la solitudine e la paura.

LA CURA, PER ME

Dentro la mano, una carezza sul viso: senz’anima questo sorriso

Che hai cercato, che hai cercato, più ti avvicini e più io mi allontano

E i ricordi se ne vanno piano, su e giù come un ascensore

Ogni mia stupida emozione

E no, non cambierà: dirti una bugia o la verità

Per me, fare una follia è come la normalità

Non so più quante volte ti ho cercato

Per quegli occhi, per quegli occhi che fanno da luna

Non so più quante notti ti ho aspettato

Per finire a ingoiare tutta la paura di rimanere sola

In questa stanza buia, solo tu sei la cura per me

Tutto passa ma, scordarti, non so ancora come si faccia

Qualcosa lo dovevo rovinare: nascondo una lacrima nel mare, ferito

Voglio andare avanti all’infinito, trovarti dentro gli occhi di un cane smarrito

E no, non cambierà: dirti una bugia o la verità

Per me fare una follia è come la normalità

Non so più quante volte ti ho cercato

Per quegli occhi, per quegli occhi che fanno da luna

Non so più quante notti ti ho aspettato

Per finire a ingoiare tutta la paura

Di rimanere sola

In questa stanza buia, solo tu sei la cura per me

No che non ho voglia, non ho voglia di rincorrerti

Seguire la tua ombra e salire fino sugli alberi

Guardando il cielo sapendo che lo stai guardando

Ora, anche tu, per me, sei la luna

Per me sei la cura, per me sei avventura

Ma non sei nessuno: spengo la paura di rimanere sola

Per quegli occhi che fanno da luna

Non so più quante notti ho aspettato

Per finire a ingoiare tutta la paura di rimanere sola

In questa stanza buia, non sarò mai più sola

Per me

Mio padre mi ha fatto il più bel regalo che qualcuno poteva fare a un’altra persona: ha creduto in me” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese -Direttore La Strad@

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per la collaborazione

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